Giorno 163: Il mio primo viaggio in A(n)sia. Cronache dal Myanmar.

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La sveglia suona puntuale, il pullman per il lago inle parte presto, per cui dobbiamo saltare la colazione, ma riusciamo a goderci due minuti di alba dalla nostra camera. Arriviamo alla stazione dei pullman, dove chiediamo indicazioni per scendere alla fermata giusta. Dopo il solito summit degli abitanti per capire cosa vogliamo dire, riusciamo a chiedere all'usciere di dirci lui quando scendere.

Compiamo il tragitto con un gruppo di locali, l'aria è decisamente fresca, tanto che sono costretto a mettermi la giacca a vento. Dopo circa un'ora e venti di viaggio arriviamo alla nostra fermata. Veniamo avvicinati immediatamente da un gruppo di tassisti che si offre di portarci al lago, accettiamo di salire con loro. Ci fermiamo ad un ufficio statale perché Per entrare nella riserva del lago inle bisogna pagare un biglietto di un costo pari a 12500ks, che dura una settimana. Si avvicina alla macchina un ragazzo vestito in maniera molto occidentale, che si offre di portarci in barca a fare una gita sul lago, ma al momento rifiutiamo, perché vogliamo avere la possibilità di scegliere. Evidentemente il barcaiolo parla con il tassista perché veniamo scaricati proprio in prossimità della sua "boat station" dove è presente solo lui. Dopo una breve discussione, decidiamo di tornare indietro, ma a questo punto non sappiamo come muoverci. Chiediamo un po' in giro e troviamo la nostra prossima meta, un altro villaggio sulle sponde del lago. Il problema è che il taxi ormai è andato e l'unico mezzo disponibile ad un prezzo accettabile è un tuk tuk.

Il tragitto è pieno di buche e posso assicurare di averle sentite tutte singolarmente, ma incrociamo altri turisti, cosa che ci conforta parecchio. Arriviamo al villaggio dove il pilota del trabicolo ci vuole lasciare in un posto a caso. Insistiamo sulla meta, che deve essere necessariamente una boat station. Rimaniamo bloccati da un pullman in una vietta ma alla fine raggiungiamo la destinazione. Nulla di più sbagliato. Il tuk tuk si è dileguato e siamo in mezzo alla palude con delle contadine che da una ventina di metri ci guardano stranite. Torniamo al villaggio, chiediamo informazioni, ma gli indigeni non hanno la più pallida idea di cosa stiamo chiedendo. Incrociamo due turisti, chiediamo informazioni a loro. Decidiamo di tornare indietro (di nuovo) e dopo tutto questo marasma, troviamo finalmente un vecchietto dall'aria simpatica e con un dente che si sta staccando, che si offre di accompagnarci. Lo seguiamo con un certo timore, ma alla fine ci porta da suo figlio, un ragazzo simpatico e con un'ottima padronanza della lingua inglese, che ci seguirà da adesso fino a dopo il tramonto.

Il lago è enorme e durante la navigazione incontriamo barche piene di turisti e i classici pescatori presenti in questo angolo del myanmar. La nostra barca si ferma per la prima volta dopo circa quarantacinque minuti in prossimità di un laboratorio tessile, dove una ragazzina ci porta a vedere il processo di produzione del loto, che è particolarmente lungo, oltre a quello della tessitura di seta e cotone. Le donne che lavorano li sono impegnate, ma non mancano di rivolgerci un sorriso.

La seconda fermata prevede invece la visita di una fonderia, dove si producono dalle spade ai campanelli. Sono molto affascinato dal processo di produzione, completamente fatto a mano e martello e rifinito con frese elettriche. Le spade sono qualcosa di incantevole, ne prendo una che è stata intarsiata a mano, è affilatissima.

Ci fermiamo a mangiare su un ristorante galleggiante, e prendo i noodles con gamberi più buoni che abbia mai mangiato. Invitiamo anche il nostro amico barcaiolo, che sembra accettare di buon grado, ma poi sparisce. La tappa successiva prevede la visita ad una casa dove vengono prodotti sigari e prima di entrare vediamo dei ragazzini che giocano allegramente nelle acque fangose del lago. Il profumo dei sigari è estremamente invitante, ma non fumando mi limito a guardare il processo di produzione.

Ci dirigiamo quindi verso la pagoda più grande e caratteristica della zona, all'interno della quale non è possibile fare fotografie senza pagare un biglietto apposito. Decido di evitare, anche perché la cosa più interessante sono cinque piccole statue di buddha, la cui forma è ridotta a delle palle a causa dell'usanza di attaccare delle foglie d'oro alle suddette statue. In lontananza vediamo anche una barca particolare, che viene usata durante dei riti sacri. Ci allontaniamo infilandoci in vari canaletti all'interno di questi villaggi di palafitte, e pian piano il rumore delle barche ed il vociare delle persone sparisce fino a diventare un silenzio quasi irreale. Siamo nella casa delle donne-giraffa, originarie della thailandia, ma che le contaminazioni culturali hanno portato anche in questa zona.

Vediamo due vecchiette che ci sorridono e all'interno dell'attività una ragazza palesemente contrariata, non tanto dalla nostra presenza, ma dagli anelli che porta al collo, gambe e braccia. In questo luogo vengono prodotti ombrelli, sono meravigliosi, ma le dimensioni non ci permettono di pensare minimamente all'acquisto. Passiamo davanti ad altre pagode prima di arrivare in prossimità di una piccola fonderia dove vengono prodotti oggetti e gioielli in argento. Ci viene spiegato il processo di estrazione da una ragazzina che dichiara di essere maggiorenne, ma che non dimostra più di quattordici anni. I gioielli vengono rifiniti a mano dai membri di questa famiglia, c'è chi lavora direttamente il metallo, chi lo fonde e chi lo lucida prima della vendita.

Entriamo in una stanza enorme dove vediamo dalle pentole agli orecchini, dai soprammobili ai servizi da the, tutto rigorosamente in argento. Prima di raggiungere la nostra ultima meta passiamo lentamente in mezzo ai campi galleggianti dove vengono prodotti principalmente pomodori oltre ad altri ortaggi.

Il monastero dei gatti saltanti viene chiamato così perché in tempi antichi, i monaci addestravano i gatti a saltare per ricevere un premio. Attualmente non viene più praticato questo rituale, ma all'interno del tempio c'è ancora una forte presenza di felini. Fotografo un monaco ma, purtroppo, rimane contrariato dal mio gesto. Decido di dileguarmi velocemente prima di ricevere un calcio rotante da qualche gatto addestrato.

Il tempo a nostra disposizione sta velocemente passando, il tramonto è vicino, per cui prendiamo la via del ritorno. Ci fermiamo in mezzo al lago per ammirare il panorama e ne approfittiamo per fare due chiacchiere e un paio di selfie con la nostra guida. Un pescatore, ritornando da una giornata di lavoro, si mette in posa per noi.

Il ritorno a Kalaw è piuttosto lungo e durante il tragitto vediamo le montagne che circondano il lago costellate da piccoli incendi, non sappiamo se causati dall'aridità della zona o dai falò dei locali. Torniamo al ristorante della sera prima e dopo aver dato una veloce occhiata alle foto fatte in giornata, il letto è li che mi aspetta.