Giorno 160: Il mio primo viaggio in A(n)sia. Cronache dal Myanmar.

Dopo essere partito da Milano Malpensa ed essere passato dagli aeroporti di Abu Dhabi e Bangkok, quello dell'ex capitale del Myanmar, Yangon, sembra quello che è: un aeroporto rimasto a più di mezzo secolo fa, fatta eccezione forse per poche indicazioni in lingua straniera. All'immigrazione parlano a stento l'inglese, che fa intuire il livello dell'intero paese. Dopo aver recuperato il bagaglio, trovare un taxi ha richiesto circa 15 minuti. Ci spostiamo quindi verso la nostra guest house, in centro. Notiamo subito che la strada è decisamente paragonabile ad una giungla: sorpassi a destra e a manca senza un ordine preciso, guida a destra e a sinistra, code interminabili ai semafori (che durano circa 90 secondi), una dozzina di incidenti evitati per un pelo in poco meno di un'ora e i clacson usati come metodo alternativo di comunicazione.

 

Durante il tragitto si vede come il paese sia letteralmente spaccato a metà: da una parte la miseria più totale, a pochi metri di distanza un lusso sfrenato. Ma di questo ci occuperemo nel dettaglio più avanti. Scesi dal taxi ci ritroviamo in queste vie dove tecnologia, miseria e povertà si mischiano ad odori decisamente forti, dati dallo street food e dalle fogne a cielo aperto. In reception sono tutti molto carini e servizievoli, ci accolgono con un succo di frutta fresco e ci fanno accomodare. Dobbiamo aspettare un po' perché è mattina e possiamo entrare in stanza solo alle 14, per cui decidiamo di andare a mangiare qualcosa, chiedendo consiglio ai locali. Ci indicano un ristorante tipico, e lo cerchiamo fra queste strade che non hanno né nomi né numeri, sfidando la sorte per trovare un indigeno che sappia dire più di un paio di parole in inglese. Dopo una buona mezz'ora di ricerca, troviamo finalmente il ristorante, frequentato per la stragrande maggioranza da birmani. Il cibo è precotto e bisogna sceglierlo in base all'aspetto. Ovviamente lista degli ingredienti inesistente e anche se ci fosse, sarebbe scritta nella lingua locale, quindi inutile. Alla fine riesco a chiedere un po' di riso bianco con del "chicken chili" e mi servono verdura fresca con un brodino fumante in una citola (visto che i 37 gradi con il 75% di umidità non sono abbastanza), nell'attesa del piatto principale. Decido di aspettare il pollo, che si rivela decisamente gustoso, un po' secco ed estremamente piccante. Il brodino che decido di assaggiare è altrettanto piccante, per cui devo stemperare con il riso, insipido e decisamente troppo cotto. Si è fatta ora di tornare alla guest house, per cui torniamo indietro per disfare la valigia e prendere un po' di pausa dal calore e smaltire un po' di jet lag. La camera è ampia e fresca, abbiamo il wifi, il climatizzatore, un frigo e la televisione..non male per 20 dollari a notte! Siccome il tempo è poco e le cose da vedere son tante andiamo a visitare la prima pagoda, che si trova in centro, all'interno di una rotonda.

 

L'ingresso costa pochi dollari e dobbiamo toglierci scarpe e calzini per poter accedere. Qui troviamo vari monaci che pregano oltre a numerosi fedeli. La pagoda è circolare, e per lo più simmetrica, con numerose statue dorate di buddha sparse per tutto il perimetro. Ci sono inoltre vari negozietti che permettono l'acquisto di offerte da fare alla divinità.  Trovare l'uscita è più difficile di quello che sembra, a causa della natura dell'architettura. Dal luogo di culto ci spostiamo lungo la via che porta a chinatown, soffermandoci al mercato thenigyi zei, dove una volta entrati l'occhio cade immediatamente sulle infinite cataste di stoffe, che a malapena lasciano spazio per camminare. Ad ogni angolo e ad ogni metro ci sono persone che tagliano cuciono o trasportano materiale. Il soffitto è particolarmente alto, per cui la temperatura si abbassa leggermente, ma l'odore di umidità è chiaramente più forte che all'esterno.

 

Muovendoci verso la nostra meta, non possiamo fare a meno di imbatterci in ogni tipo di street food, dal brodo fumante, passando dalle anatre cotte alla thai fino alla frutta fresca e sushi che, personalmente non assaggerei nemmeno sotto tortura: in questa parte del mondo fanno direttamente con la salmonella al posto del salmone, ne son certo perché ho ricevuto conferma da un gentilissimo californiano di cui vi parlerò più avanti. Dopo aver visto china town (nulla di che, onestamente) ritorniamo verso la pagoda sule, il jet lag si fa sentire più forte che mai e decidiamo di fermarci nei giardini che stanno davanti al municipio. Dai giardini è anche possibile vedere la sede dell'ex governo militare. Mentre ci riposiamo ci avvicina un ragazzo, con cui passiamo una piacevole mezz'ora a chiaccherare del più e del meno, in inglese. Il tramonto è vicino, per cui ci spostiamo nuovamente in prossimità della pagoda sule per fare delle foto durante l'ora blu.

 

Il buio è ormai calato e dobbiamo tornare alla guest house. Orientarsi non è affatto semplice: come ho già detto, le strade non hanno indicazioni chiare, per cui ci vuole un po' di fortuna e un po' d'occhio per orientarsi. Le mappe di google non possono essere scaricate sul telefono, il consiglio quindi è quello di munirvi di una cartina molto dettagliata. Nel camminare per le strade, vediamo dei giovani che giocano a calcio con una palla di bambù e notiamo il vociare dei bambini.

 

Riusciamo finalmente a trovare una direzione da seguire e andiamo a cenare in un "bbq" o qualcosa del genere, comunque un locale con uno stile più europeo. Prendo fish&chips chips fritti in un olio piuttosto pesante, ma comunque accettabile sotto il profilo del gusto. Arriviamo alla guest house nella camera resa fresca dal condizionatore e dopo una meritatissima doccia filiamo a letto. 

Se le foto vi piacciono e volete acquistare delle stampe o dei files, contattatemi al 3389482747 o scrivetemi all'indirizzo mail info@gabrielezanon.com